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C’è un tempo per “fare i martali”

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Dalle mie parti – lombarde – “fare i martali” vuol dire agire un po’ da sciocchi, divertirsi e comportarsi spensieratamente, a volte anche combinando qualche scherzetto.
Non è proprio la stessa cosa del martalismo richiamato da papa Francesco al punto due dove viene messo l’accento sull’eccessiva operosità che porta a trascurare “la parte migliore”.
In qualche modo questa eccessiva operosità è legata al punto uno – il sentirsi indispensabili? Esiste il pericolo di fare, fare, fare senza mai fermarsi come forma di autogratificazione personale?
Qui entra in gioco l’eterno conflitto tra chi dà più importanza alle opere rispetto a chi dà più importanza, invece, alla preghiera ed all’ascolto della Parola. Questo conflitto c’è, eccome, e lo tocco con mano ogni giorno.
Devo dire che la linea di confine tra l’autogratificazione ed il servizio è molto sottile: molto spesso ho fatto cose – oppure ho partecipato a momenti di preghiera – per spirito di servizio e magari la mia presenza può essere stata intesa come autogratificazione solo perchè mi sono esposta in prima persona. E’ difficile, sì… non cadere nel martalismo…
Devo però dire che chi mi conosce sa che ADORO il Qoèlet, questo eterno contraddittorio tra il bene ed il male che non è altro che il contradditorio dell’uomo di ogni tempo e luogo.
Amo il capitolo 3, quello che ci dice che c’è un tempo per ogni cosa.

Nella vita dell’uomo, per ogni cosa c’è il suo momento,
per tutto c’è un’occasione opportuna.
Tempo di nascere, tempo di morire,
tempo di piantare, tempo di sradicare,
tempo di uccidere, tempo di curare,
tempo di demolire, tempo di costruire,
tempo di piangere, tempo di ridere,
tempo di lutto, tempo di baldoria,
tempo di gettar via le pietre,
tempo di raccogliere le pietre,
tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
tempo di cercare, tempo di perdere,
tempo di conservare, tempo di buttar via,
tempo di strappare, tempo di cucire,
tempo di tacere, tempo di parlare,
tempo di amare, tempo di odiare,
tempo di guerra, tempo di pace.

C’è un tempo per “fare i martali” ed un tempo “per fare i seri”, per prendere le cose in maniera buona, positiva, costruttiva, edificante.
Questo è il tempo per sè stessi, per crescere. Lo trovo spesso, per fortuna. E quando non lo trovo me lo creo: mi fermo e basta.
Questo non vuol assolutamente dire che io stia facendo tutto bene, anzi… però ho la passione per tentare ed a volte il Qoèlet è davvero illuminante.
Facciamo che oggi ho fatto un po’ la “martala” ma stasera farò anche sul serio!

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Quante volte

ricordi in un film


E’ ormai una settimana che mi gira nella testa un pensiero, direttamente provocato da una presenza che abbiamo nella nostra parrocchia in questi giorni: suor Giovanna.
Il nostro primo incontro risale allo scorso millennio (questo per farvi capire che non sono giovane…), incontro anche questo legato alla sua presenza tra noi per un breve periodo di tempo. Sì, mi sono portata via un ricordo di quei giorni, ho rivisto questa persona in altre occasioni, in altri posti, in altri ambiti… niente di particolare, una persona che hai conosciuto e che intravedi/rivedi sempre con piacere ma senza particolari legami.
Passano gli anni, questa persona torna tra noi e, come lei mi ha raccontato, nel momento in cui è arrivata, immediatamente fa l’associazione “Marnate = Cesarina”.
Non mi vede, non osa chiedere… poi compaio dopo qualche giorno (ero al mare) ed ecco che scatta la molla, questo pensiero che mi sta accompagnando da allora.
Facciamo quattro chiacchiere, non solo di circostanza, si parla anche di faccende personali, ed è come se tutti questi anni vengono cancellati in un attimo. Da quel che lei mi dice, fin dal primo incontro, si è portata via un buon ricordo che ha comunque conservato in tutti questi anni (come d’altra parte è successo a me, forse con meno intensità, ma non certo con meno affetto).

La riflessione che mi perseguita è questa: ma ci rendiamo conto che ogni volta che incontriamo qualcuno per questo qualcuno diventiamo presenza e ricordo? Quante volte ho avvicinato persone in maniera errata e magari si sono portate appresso una visione distorta di me? Quante volte, invece, queste persone sono state edificate da una mia parola, da un gesto, da un sorriso? Quante volte sono stata testimone di bontà e di bene, quante volte invece ho ferito?

Ma è possibile rivedersi dopo 17 anni ed accorgersi che, pur non conoscendosi, sei sulla stessa lunghezza d’onda?
Sì, è possibile… ma solo a chi depone il proprio cuore e la propria mente nelle mani di Qualcuno!

Grazie, sister Gio, ho respirato con te!

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Quanto tempo ho?

Ieri, per motivi di lavoro, ho rivisto con piacere una persona che non vedevo da qualche anno. Ci era capitato di sentirci al telefono, ma rivederci no. Alla fine della mattinata ero contenta di aver trascorso quasi un’oretta insieme, raccontandoci le ultime vicissitudini delle nostre reciproche vite, ripartendo da dove ci eravamo lasciate, ma in realtà avendo netta la sensazione di non esserci mai lasciate, che il tempo non era veramente trascorso se non puramente per una questione di successione di istanti e che quell’oretta ci aveva donato vicinanza e condivisione.

Mi sono poi ritrovata ieri sera a ripensare a questo momento della giornata e la riflessione si è allargata per un procedimento naturale a quante relazioni intrattengo ogni giorno e che tipo di relazioni vivo, in quali invece sopravvivo, cosa cerco da una relazione.
Sicchè mi sono resa conto che:
1 – odio sprecare il tempo se non mi permette di imparare qualcosa da una relazione;
2 – sto sprecando tanto tempo dietro a relazioni che non mi lasciano proprio niente, al contrario mi irritano e mi peggiorano;
3 – inevitabilmente tutte le relazioni stanno diventando molto superficiali ed io molto più superficiale di loro;
4 – molte delle relazioni che credevo amicizie e che comunque sono nate in un ambiente che dovrebbe favorire l’amicizia, si sono rivelate vere e proprie occasioni di opportunismo, teso a mostrare solo la buona altrui facciata;
5 – o santo cielo… sto sopravvivendo!!!

Preso atto di ciò, credo che quel che cerco sia, in realtà, la capacità di relazionarsi e di collaborare, di confrontarsi e di crescere, di accettarsi anche nelle diversità, che spesso sono vissute da alcuni come delle barriere. Io stessa ho imparato ad accettare le diversità solo da poco: non so se questo è segno di maturità; di certo è la parte più evidente di una bella caduta da cavallo qualche anno fa…

Quanto tempo ho in attesa della prossima caduta?

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Insegnaci a contare i nostri giorni…

Logo Oratorio Feriale 2011

Questa espressione, citazione del salmo 90, si riaggancia un po’ al mio articolo precedente sulla differenza e sul valore del tempo.
Che combinazione! Giusto a questo pensavo in attesa di assistere, questa mattina, alla presentazione dell’Oratorio Feriale per la diocesi milanese. Giusto a questo si è ricollegato don Severino Pagani quando ha messo “i puntini sulle i” questa mattina precisando che lo slogan “Battibaleno” fa sì pensare ad un tempo breve, di più… fulmineo, e quindi che si è voluto, nel progettare l’intero lavoro, badare non tanto alla quantità ma alla qualità del tempo che avvolge il nostro quotidiano.
Il salmo 90, infatti, prosegue con “…e giungeremo alla sapienza del cuore”, quindi il nostro cuore abiterà un tempo qualitativamente buono, ricco, sapiente!
Quest’anno mi è molto piaciuta la novità del sito dedicato all’evento che praticamente funge da supporto per lo scaricamento dei materiali. Anche questo mi ha fatto pensare che la diocesi milanese (solitamente piuttosto restìa a forme di condivisione) stia allineandosi sulle ultime linee della Chiesa. Siamo finalmente arrivati a riconoscere l’utilità degli strumenti virtuali in nostro possesso, a riconoscere che la comunicazione oggi passa attraverso queste forme che i ragazzi “nativi digitali” prediligono e che possiedono in maniera completa.
Ovviamente ora si deve pensare a rimboccarsi le maniche, a oliare le rotelline del cervello, ad orientare mente e cuore verso la preghiera ed il servizio, verso “l’ora et labora” di benedettina derivazione.

Due note a margine, che non so come interpretare, che mi lasciano più di un motivo di confronto e riflessione:
1 – la presentazione era riservata ai responsabili dell’O.F. Mi guardo intorno e vedo molta gente dagli “anta” in sù oltre ad un buon numero di ventenni o giù di lì. Quando il ragazzo che ha spiegato la questione del sito dedicato ha detto “ve lo daremo come fosse una scatola vuota e lo riempiremo man mano, per evitare che si proceda a scaricare tutto in un colpo solo e poi non lo si guarda più. L’ideale sarebbe incaricare un ragazzo che quotidianamente si dedichi a questo servizio”, in platea c’è stato un boato assordante. Come interpretarlo? E’ da intendersi negativamente (perchè gli “anta” pensano ad una scelta non azzeccata) o positivamente (perchè i giovani la considerano una buona idea)?
2 – dov’erano le persone che nella mia parrocchia dedicano il loro tempo all’oratorio feriale? Parlo degli adulti, ovviamente, delle stesse persone che poi, quando i ragazzi tirano fuori un’idea, la bocciano a priori perchè pensano che l’oratorio sia diviso in settori e che i ragazzi devono pensare solo al gioco e non devono essere educati a prendersi anche altre responsabilità. Queste stesse persone considerano l’O.F. come una buona palestra educativa per acquisire lo spirito di servizio giusto, o pensano che gli animatori non cambieranno mai e non sono creta da modellare, da educare, da valorizzare, da cui ricavare un capolavoro? Li vogliono qualitativamente buoni (e la qualità si raggiunge solo attraverso diversi tentativi) o quantitativamente tanti (così più sono e meno ragazzi ha ciascuno da curare)?

Se ci siete, commentate, grazie! Mi piacerebbe molto un confronto.

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Berlicche

IL CIELO VISTO DAL BASSO

Io Amo Castiglione Olona

la distanza tra Gerusalemme ed Emmaus

La Bottega del Vasaio

a cura di don Cristiano Mauri

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