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E’ bene ricordare…

ImmagineQuesto post merita una lettura attenta ed approfondita!

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Ecco cos’era..

La vita è fatta di attimi. Sono tre giorni che ripenso ai tanti attimi che hanno composto una vita insieme.

L’attimo iniziale non me lo ricordo proprio, ma ci sono situazioni scolpite nel cuore, alcune in entrambi i cuori, altre solo nel mio, altre nei cuori di molte persone che hanno vissuto gli stessi momenti.

Su tutte i campeggi che ricordavamo sempre con moltissimo piacere. L’armadio delle miss crollato a Riva Valdobbia, i segnali con le torce verso i ragazzi del campeggio vicino, le passeggiate con fermata a metà percorso per chi non ce la faceva e rimaneva con la suora mentre io proseguivo con chi se la sentiva, la gita ai cinque laghi a Culmine San Pietro, la notte in cui le ho messo le sveglie puntate in camera per farle uno scherzo e la mattina dopo che mi ha letteralmente tirato giù dal letto con tutto addosso.

Poi c’erano le riunioni con relative discussioni con don Peppino o con don Giuseppe il parroco. Ed io che ne uscivo spesso accalorata. E lei che il giorno dopo riusciva sempre a mediare tutto. E gli etti di caramelle mangiati per far passare la rabbia. E la volta in cui, se non mi fermava, un ceffone a don Peppino l’avrei dato.

Poi ci sono state anche le situazioni in cui mi ha incaricato di scrivere qualcosa per preparare una messa, un incontro di preghiera. Così come ci sono state le volte in cui, durante qualche partita della Juventus, capitava in casa per farmi fare qualcosa d’altro, così, giusto per farmi un dispetto.

Passano gli anni, non ci perdiamo mai di vista, anzi ci sentiamo molto spesso e ci vediamo appena possibile. Le viene assegnato l’incarico di provinciale e quindi gli impegni si moltiplicano. Viene il giorno della telefonata da un’ora e mezza (non esistevano i cellulari): “Senti, prendi la sedia che ti devo parlare di una faccenda… Adesso che hai capito la situazione, mi raccomando, stalle vicina. Conto su di te”.
Poi viene il giorno che la vado a trovare a Genova e mi dice: “Fossi arrivata 5 minuti prima vedevi la suora che mando da voi. Ti ci troverai bene, vedrai che con te lavorerà bene”. Ed io che, memore dell’esperienza precedente non volevo più avere niente a che fare con certe persone e certe faccende, la mando a quel paese. E lei sorride. Aveva ragione: dietro a quel sorriso ci sta, ancora oggi, il regalo più bello che poteva farmi.

Poi viene l’8 marzo, due mesi fa. So che compie 65 anni di professione religiosa e decido di farle una sorpresa. Graditissima!

Poi arriva l’sms di tre giorni fa che mi avvisa che sta male. Poi l’altro di due giorni fa che mi annuncia il passaggio tra le braccia del suo sposo. E la mente cerca di dare un ordine ai ricordi che affiorano nel cuore.

Ieri la messa esequiale. Ho un impegno nel pomeriggio ed alla mattina mi sparo andata e ritorno da Savona. Ci devo essere e ci sono. Pur nella nostalgia di un atto finale, la gioia di poter proclamare la Parola di Dio e di conoscere una sua sorella che, vedendomi, mi dice: “Abbiamo cercato parecchio il suo numero di telefono”.

Ma ancora qualcosa non quadra. Devo dare un senso a tutto questo.

Nel pomeriggio sono a fare servizio con i quattordicenni della diocesi di Milano al Sacro Monte di Varese. Mons. Delpini, tra i suoi interventi che prendono spunto dal Vangelo dell’Annunciazione, ad un certo punto dice (più o meno): “Ma voi oggi sicuramente pensate che non esistono gli angeli come Gabriele, così come ci presenta il racconto del Vangelo. Ma gli angeli sono quelle persone che Dio vi ha messo sulla strada per insegnarvi ad avere fiducia in voi stessi, quelle persone che vi spingono in alto, ad andare sempre più in là, a mettervi alla prova per osare in grande, quelli che vi chiedono sempre di più”.

E tutto diventa chiaro, in un attimo.

Ecco cos’è stata Geronima per me: un angelo.

Adesso posso cancellare il contatto terreno dalla rubrica: gli angeli sanno sempre come trovarci!

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Testimoni

Tempo pasquale: a proposito di testimoni
Non è testimone chi lo vorrebbe, ma solamente chi conosce per esperienza ciò di cui parla. (Andrè Louf)
esperienza

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C’è un tempo per incidentarsi

Fashion-News-Magazine-Suor-Cristina-a-The-VoiceEbbene sì, ho resistito qualche giorno a scrivere qualcosa su suor Cristina, ma adesso le mani mi prudono troppo ed allora cerco di trasformare in scritto i pensieri che in questi giorni hanno girovagato senza frutto per la testa.
Sicuramente non c’è bisogno del mio personale contributo sull’argomento, dato che si trovano già molti articoli e da commentatori di gran lunga più qualificati ed autorevoli di me. Ma lo scritto è un mio bisogno di fermare nero su bianco quel poco che la materia grigia è riuscita ad elaborare.
Quindi, innanzitutto, parto dall’elencare gli articoli – in rigoroso ordine di mia lettura – che condivido con voi, se volete a vostra volta dare un’occhiata:
suor Cristina, The Voice e i cristiani da pasticceria
Ho un dono e ve lo dono
suor Cristina, ce n’era bisogno?
suor Cristina fenomeno del web

La prima considerazione è l’asetticità dell’articolo di Avvenire: poche righe di stampo descrittivo e informativo, nessun commento alla notizia tranne il paio di citazioni di tweet con firme importanti. Che rapportato all’enormità del fenomeno in termini di diffusione è davvero imbarazzante! Mi fa pensare a quanto è lontano e stantìo il linguaggio “ecclesialchiuso” dalla Chiesa incidentata che vorrebbe il nostro amato papa Francesco. E per incidentato intendo che se anche Avvenire si fosse spinto a qualche riga di commento non avrebbe certo perso il suo aplomb cristiano.

La seconda considerazione si basa sugli altri articoli, più o meno in linea tra loro, sia pur con decisi commenti in una direzione o nell’altra.
Questo mi ha strappato più di un sorriso nel terzultimo paragrafo:

    Ci sono due tipi di evangelizzazione: quella ad intra e quella ad extra. L’evangelizzazione per chi è già credente, come la catechesi, e l’evangelizzazione per coloro che sono lontani: ma pensate che potremmo raggiungere i lontani cantando “Mira il tuo popolo” oppure organizzando quegli incontri di preghiera dove si legge tutto dall’inizio alla fine sui foglietti? Lo stesso rapper J-Ax, che è rimasto particolarmente commosso dell’esibizione di Suor Cristina ha detto: “Se avessi conosciuto prima una suora come te, non mi sarei allontanato dalla Chiesa.” Forse allora, invece di giudicare Suor Cristina, noi bravi cattolici dovremmo domandarci: “E noi, cosa stiamo facendo affinché la gente non si allontani dalla Chiesa?”

Quest’altro mi trova concorde su questa domanda, di cui ho avuto modo di discutere con altri in questi giorni:

    In molti si chiedono poi se suor Cristina saprà evitare le strumentalizzazioni o alla lunga la sua freschezza e la sua energia, come la sua intenzione di evangelizzare attraverso l’arte, non resteranno stritolate dalla banalità televisiva.

Di quest’ultimo mi colpisce questa considerazione:

    Eppure questo non basta per farmi dire sì, questa presenza, questo stile mi convince. Dall’altra parte non riesco a togliermi di dosso il disagio di una presenza fuori posto, di un centro non centrato. E non perché si tratta di televisione, non perché si tratta di un programma “non confessionale”: i cristiani come sale e lievito stanno bene ovunque e devono essere ovunque. Ciascuno però ha il proprio dono, per citare suor Cristina. E fin qui sono d’accordo con lei, ma questo dono messo in circolo in questa maniera, lascia trasparire davvero il Donatore di ogni dono? Non ho ancora una risposta.

E tutto questo mi ha richiamato alla mente la parte IV del capitolo primo dell’Evangelii Gaudium dal significativo titolo “La missione si incarna nei limiti umani” (dite poco?).
Qui si parla di missione, di rapidità e di enormità dei cambiamenti in atto e quindi della capacità di concentrare la nostra attenzione di cristiani sull’essenzialità del messaggio. Qui si dice che perfino i messaggi “ortodossi” possono deviare dalla perfetta conoscenza del Vangelo. E si dice anche che ognuno, nonostante i propri limiti umani, deve far trasparire il messaggio evangelico nelle varie situazioni in cui si viene a trovare.
A partire da questo io credo assolutamente alla bontà delle intenzioni di suor Cristina. Sicuramente la sua presenza è un’occasione per mettere a frutto il talento affidatogli dal soffio creatore di Dio ed, ancor più, di far passare il messaggio cristiano nell’ambiente irto di difficoltà che è lo spettacolo in genere.
Il rischio che si bruci ci può anche essere, ma lo considero identico al rischio che corre la suora che sta in oratorio od alla scuola materna: anche da lì passa la tentazione, quando quello laggiù non sa più come farsi vivo.
Quello che mi colpisce di più è la sorpresa di vedere una donna, suora, che rischia di essere vista come una marziana o come un idolo, a seconda dei casi. Come sempre più spesso mi accade mi ritrovo a sottolineare il fatto che quando non sei dentro un certo schema, sei automaticamente una “mina vagante”: del resto, nel Vangelo, Gesù stesso dice che è venuto non per portare pace, ma una spada!

E pensare che c’è una domanda, su tutte, alla quale suor Cristina forse ha già dato una risposta:
Che relazione ha il Qoelet con la gioia del Vangelo? Certamente è un problema serio in quanto penso che ciascuno di noi, mano a mano cresce nella vita, sempre più si avvicina alle costatazioni del Qoelet. Le cose non cambiano molto, e a che pro prendersela tanto? Allora che significato ha la gioia del Vangelo, la novità, l’impegno, il rischio? E’ una domanda che dobbiamo farci. (C. M. Martini, Le ragioni del credere – Abramo nostro padre nella fede).

La gioia cristiana è proprio questo: considerare il tesoro che abbiamo nel cuore come la promessa più grande che abbiamo nella vita. E viverla, a qualunque costo, prendendosi i rischi e mettendoci l’impegno! Perchè gli altri vedano Dio attraverso di noi. Anche se ci costa un incidente.

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Perchè lo fai?

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Parto da qui, da questo post che ho letto due giorni fa sul blog “VinoNuovo” che è un “luogo” virtuale dove si affrontano discussioni su tematiche ecclesiali.
Personalmente ritengo che il post sia molto illuminante e ci ho pensato su due giorni, a volte da sola, a volte in buona Compagnia.
Intanto mi sono detta che certi problemi non toccano solo me (e non è una bella cosa dire “mal comune, mezzo gaudio”!). Pare che ci siano parecchie porte da aprire e molte pecore da portare al pascolo fuori, a prendere aria, ad assaporare il gusto dell’erba nuova, dei prati, l’azzurro del cielo, il calore del sole!
E pensare che la leggerezza del cuore comincia proprio dal sapere guardare con occhi limpidi! Perchè pare proprio che, come dice il salmo 8, siamo ben poca cosa se alziamo gli occhi al cielo o sappiamo guardarci intorno…
E qui mi è venuto da pensare a papa Francesco ed al suo continuo richiamo ad uscire, ad andare incontro all’uomo, alle periferie non solo geografiche, ma soprattutto a quelle dei cuori, a cercare quel punto dove ancora dolorano ferite e cicatrici.

Poi trovo straordinario questo paragrafo in cui c’è la sottolineatura dell’autoreferenzialità, “il mondo gira tutto intorno a me”! Due frasi su tutte, che basterebbero da sole a farci trascorrere notti insonni:
1 – “Conto solo io. Nel mio recinto dorato dove io faccio tutte le cose migliori del mondo. Le faccio da sempre e nessuno è mai venuto ad obiettarmi qualcosa in merito. Magari lo pensano tutti… ma nessuno è mai venuto a dirmelo”.
2 – “Dovrebbe abitare la schiettezza in una comunità parrocchiale ed invece spessissimo non si dice nulla”
Pensate pure che ogni riferimento sia puramente casuale… ops… casualmente voluto!
Io, di fronte a queste due frasi, ho:
1 – ringraziato il Signore per la pedata nel culo che mi ha spinto ad incamminarmi ed a cercarLo in altri luoghi, in altre persone. Non mi è stato detto, ma mi è stato fatto capire chiaramente che c’erano cose da obiettare sul mio comportamento. Ho incassato, accettato, vissuto, ed oggi dico un grazie grosso così!
2 – Si dovrebbe essere schietti, sì. Peccato che spesso la schiettezza è vista come saccenza, come un disturbo, come a dire “ma cosa vuole questa qui che non la si vede mai?”. Peccato essere così “stolti e tardi di cuore” da non riuscire a capire che la schiettezza nasce dall’esperienza e dal confronto.

Ci vuol coraggio, sì. Molto coraggio! Ci vuol coraggio a mettere insieme i pezzi di un puzzle che il buon Dio si è divertito a creare. Forse, troppo spesso, ci dimentichiamo che nella scatola Lui ci ha messo anche quel che serve per ricomporlo: la base dove tutto poggia (che è lo Spirito creativo) e la colla che tiene unito (che è la testimonianza di Gesù). Forse, prima di lamentarci dei pezzi storti, di quelli senza colore, dei buchi che rimangono perchè un pezzo è introvabile, di quelli più grandi, forse dovremmo fidarci di più di chi sa vedere oltre, di chi ha in mente di arrivare al risultato, di chi lo vede già davanti, perchè sa sognare (papa Francesco docet!).

Per rispondere alla domanda di Francesca: “dove sta in tutto questo il Vangelo?” penso che ci stia bene, c’è. Mi pare un’ottima fotografia, a distanza di oltre 2000 anni, di quello che succedeva tra la gente di quel tempo: più o meno ci siamo.

Per rispondere alla domanda che dà il titolo al post: io dico, faccio, vivo per quest’uomo che sta in fotografia. E mi piace che lui sorrida davanti ai miei grandi peccati!

P.S. – per i lettori: non è colpa mia se scrivono certi post su VinoNuovo! E’ colpa mia il fatto di leggerli e rifletterci! Del resto penso che ognuno di noi legge (e cerca) ciò che ama!
Percorro la strada, qualsiasi strada, anche quella polverosa delle periferie, delle lontananze, del nuovo e dell’ignoto. Perchè quell’uomo, per me, non è solo una foto.

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La Chiesa che vorrei

papa
Carissimo papa Francesco,
son trascorsi tre giorni dalla tua nomina papale (curioso, tre…) e non finisci di stupire!
E’ davvero difficile per noi non essere travolti dalla tua figura che riassume tutto quanto abbiamo desiderato, soprattutto in questi ultimi travagliati tempi, per la nostra Chiesa.
Ci sembri proprio un bellissimo regalo dello Spirito Santo: il tuo essere assolutamente normale metterà in crisi la complessa macchina vaticana, ne sono pressochè certa. Quindi ti dò il benvenuto ufficiale nel club “minevaganti“, quelle che “servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare i piani”: a te cedo volentieri la tessera n. 1 perchè intravedo tutta la tua potenzialità!
Devo però dirti che più ti vedo e più penso alla Chiesa che vorrei, a cosa mi piacerebbe che cambiasse proprio grazie alla tua presenza, alla tua guida, al tuo cammino comune con il nostro.
La prima cosa, quella che mi mette i brividi in questi giorni, è questo silenzio di poco più di 30 secondi che sei riuscito a creare in una piazza San Pietro piena ed esultante. Ecco mi piacerebbe che anche le nostre celebrazioni lasciassero più spazio al silenzio: quando le parole ed i gesti tacciono è il cuore che si consegna nelle mani di Dio, è lui che parla usando il linguaggio dello spirito.
La seconda cosa è la semplicità nella preghiera. Anche qui ci hai dato una dimostrazione esemplare presentandoti al mondo ed alla storia con tre semplici preghiere, quelle che ognuno di noi, battezzato e cristiano fin dai primi mesi della propria vita, ha imparato nella propria famiglia, con i propri genitori. Mi piacerebbe che la gente capisse che non contano le belle parole: conta la familiarità nel pronunciarle, conta la distanza che viene annullata dal linguaggio comune, che tutti condividono e capiscono.
La terza cosa è la mania degli “ismi” (protagonismi, carrierismi…): mi piace pensare ed operare sapendo che quando svolgo un compito all’interno della comunità lo faccio per servizio. Non vedo nessuna differenza tra il maestro delle cerimonie e la signora che ha provveduto a pulire la Cappella Sistina (probabilmente stipendio a parte). Vorrei che finissero per sempre gli isterismi di chi mette il proprio io davanti al proprio Dio.
La quarta cosa è la capacità di ascolto e di testimonianza. Mi sono imbattuta troppe volte in tante persone che sembrano la bontà fatta carne quando parlano e poi non sono che lupi travestiti da agnelli. Ascoltare è una capacità che la Chiesa ha perso da tempo; per quanto riguarda la testimonianza questa fa rima con coerenza, ma essere coerenti vuol dire vivere quello che si crede e non sempre è facile perchè spesso ti costringe a lottare contro la tua personalità.
La quinta ed ultima cosa è l’umiltà e questa nasce solo da un profondo rispetto di sè stessi. Quando ci si conosce bene, quando si è lavorato bene sul proprio io, sulla propria personalità, non si può che essere umili. Si arriva all’umiltà solo riconoscendo che siamo strumenti, che tutto ciò che siamo è dono di Dio, è opera sua: da soli non andiamo da nessuna parte.
Una curiosità che ho colto in questi giorni, e di cui voglio farti parte, è che il papa emerito Benedetto XVI ha lasciato il proprio servizio nella Chiesa per ritirarsi in preghiera, per continuare la sua testimonianza lontano dalle luci dei riflettori ma riempiendo la sua vita della vicinanza con Dio. Tu, all’inizio del pontificato, hai chiesto la preghiera per te, per tutti noi. Ecco, la Chiesa che vorrei è tutta qui: nella semplicità di un dono reciproco di Amore.
Portaci tu su questa strada!

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Audaci e saggi

In questi giorni è in corso il Sinodo dei Vescovi sul tema “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della Fede Cristiana”.
Tutto sommato il discorso mi interessa dato che sono appassionata di evangelizzazione, ho desiderio di trasmettere la mia fede a qualcuno.
Proprio in relazione a ciò oggi leggo l’intervento di S.E. Mons. Claudio M. Celli (che ho conosciuto ed anche avuto modo di apprezzare in altri scritti), sul quale mi fermo un attimo e mi concedo qualche riflessione.

Nel secondo capoverso dell’articolo si elencano i cambiamenti in atto nella comunicazione, dovuti all’avvento delle nuove tecnologie, e si afferma che “non possiamo semplicemente fare quello che abbiamo sempre fatto, pur con le nuove tecnologie”. Aveva visto lungo papa Paolo VI, invitandoci ad essere audaci e saggi!
Mi viene in mente Andrea che nei giorni scorsi, sollecitato (obbligato?) dalla prof. di italiano, si ritrova a dover preparare qualcosa per pubblicizzare una raccolta fondi a scuola a scopo benefico. Per la verità la prof. era partita subito chiedendogli un video, avendo già toccato con mano la sua abilità in materia. Ma tant’è lui ha chiesto la collaborazione di un compagno musicista che suona in un gruppo e gli ha fatto preparare un sottofondo musicale, ad altri ha chiesto di cercare delle fotografie… poi ha composto il tutto e, da buon discepolo, ha superato la maestra e mi ha lasciato senza parole! Un video accattivante, che descrive con parole ed immagini la situazione dell’Africa a mo’ di trailer, per finire con l’invito ad acquistare delle mele.
Mi sono quindi confrontata con quanto avveniva per me alla sua età (d’accordo, è preistoria…): se mi chiedevano di preparare qualcosa per una raccolta fondi, il tutto sarebbe stato un cartellone, qualche foto, le necessarie notizie circa luogo, ora, data, ecc., mia sorella che aggiungeva un disegno data la mia incapacità in materia, e questo finiva appeso alla bacheca in oratorio. Statico: faceva la sua gran bella figura, a quel tempo, ma finiva lì.
Il video, invece, può essere condiviso, può essere modificato, se ne può sottolineare e potenziare un aspetto (grafica, musica, concetti). Non comunica solo un appuntamento, ma è espressione visiva di uno stato d’animo e come tale veicola non solo un messaggio ma anche un’emozione, permettendo, nella sua forma, anche la condivisione, la trasmissione agli altri.

Al quarto capoverso, mi soffermo su questa affermazione: Abbiamo bisogno di riscoprire la capacità dell’arte, della musica, della letteratura per esprimere i misteri della nostra fede e riuscire a toccare le menti e i cuori. … Siamo chiamati a comunicare con la nostra testimonianza, condividendo nelle nostre relazioni personali la speranza che abita in noi.
E penso a quanto abbiamo perso in capacità di esprimere la fede anche attraverso le nostre “passioni”!
Mi viene in mente la visita che ho fatto anni fa al duomo di Colonia: 1350 mq. di vetrate colorate che, come una biblia pauperum, raccontano le storie dell’Antico Testamento e sono caratterizzate dalla presenza del bianco, simbolo di purezza e verità, del blu simbolo di castità, dal rosso simbolo dell’amore e dal nero che rappresenta la dannazione eterna. Attraverso queste vetrate anche il popolo non colto, non religiosamente preparato, veniva a contatto con la Bibbia: praticamente una catechesi ad immagini (l’odierno powerpoint?).
Mi viene in mente una frase di una canzone di Baglioni (e qui partono gli sbuffi dei lettori…) “quelli che comprano la vita degli altri vendendogli bustine e la peggiore delle vite, hanno scambiato figurine e segreti con uno più grande, ma prima dovevan giurare…” e penso a quanto, attraverso le parole e la musica, si può impostare un incontro-confronto sulla droga, sulla violenza, su altri temi che la canzone affronta: tutti siamo stati bambini, qualcuno poi si è perso. E da qui si può proseguire praticamente all’infinito! Ce ne sarebbero mille di frasi: questa è la più tenera!
Penso ai libri: se vi dico che uno degli ultimi letti si intitola “Il Vangelo secondo Steve Jobs” vi mettete a ridere? Eppure non avete idea di quanti spunti dà questo libro ai catechisti (ed io non faccio catechismo)!
La mia vita cristiana non è staccata dalle mie attività e “passioni” quotidiane. Anzi, sono le mie passioni a permettermi il confronto con il mio credo, sono le mie passioni che mi sollecitano ed indirizzano su alcune scelte rispetto ad altre, sono le mie passioni che mi fanno coltivare amicizie, incontrare persone nuove, vivere momenti diversi, sono le mie passioni che mi spingono a riflettere. Sono una testimone appassionata ed i miei cinque sensi trasmettono il mio credo ogni giorno!

Il penultimo capoverso è, secondo me, centrale rispetto al problema. A mio modesto parere, la nuova evangelizzazione implica delle relazioni paritarie: dobbiamo essere capaci di scendere dai nostri gradini, abbandonare la prosopopea e la saccenza di parecchie figure che popolano ogni aspetto delle comunità cristiane, dalla più piccola alla più grande. Il mondo non ci chiede parole, ma capacità di vivere; non ci chiede ricette confezionate ed imparate a memoria, ma saper ascoltare con empatia le esigenze, i bisogni, le necessità, le confidenze. Un aspetto importante è il rispetto di ogni persona che incontriamo, in qualunque condizione si trovi. In ogni uomo c’è la scintilla di Dio: vogliamo accenderla? Basta poco: basta vivere il cristianesimo ed avvicinare gli altri mettendosi al loro livello, non pretendendo di elevarli, ma accettando di camminare con loro.
Le voci laiche ci sono, sono tante. A mio parere si parla molto di questo, ma si applica poco. Io le vedo poco valorizzate e spesso costrette ai margini. Certo, è fondamentale la preparazione. Ma pur conoscendo diverse persone preparate, disposte a mettersi in gioco, continuo a vedere un po’ questa paura verso “chi la pensa diversamente”, chi è capace di sollevare un problema per accendere un confronto, chi si fa carico di porre domande che vengono dal quotidiano, oggi sempre più agnostico e indifferente. Che non sia un vedere queste persone come “attentati” alle proprie posizioni? Il Vangelo della liturgia in rito romano per la prossima domenica ci fornisce, a tal proposito, un bell’assist!

Finisco con un augurio che mi (e vi) faccio: il Signore ci conceda la forza di intraprendere un cammino luminoso in questo nuovo “medioevo” della storia. Doni a qualcuno l’audacia di commentare questo post qui, in questa piazza virtuale, e non solo quando mi vede e mi incontra. La comunicazione avviene anche in questo modo: quello che ho scritto è la stessa cosa che direi a voce, con la differenza che qui possiamo allargare il discorso. Facciamo in modo che quello che diciamo a quattr’occhi, lo diciamo anche sul blog! Mi pare che oggi la Chiesa ci chieda anche questo…

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La felicità è possibile su questa terra? Cosa serve a farci contenti? Bene o male queste sono le domande che ognuno di noi si pone nel corso della vita: dalla scorsa settimana io ho una risposta in più.
Merito del turbinìo di emozioni, sentimenti, riflessioni che si porta dentro chiunque abbia vissuto il grande appuntamento milanese del Family 2012. Ci ho messo cinque giorni a ritrovare la tranquillità per poter mettere nero su bianco le mie impressioni, e francamente è tutto ancora così emotivamente presente che chissà se riuscirò ad esprimere tutto quello che ho dentro…
Cerchiamo di dare un ordine e partiamo dalle ore 15,00 di venerdì 1 giugno, Piazza della Scala ed il concerto in onore del Santo Padre. Squadra 5 al completo con la quale mi ritrovo ad impartire istruzioni; il caldo soffocante di quel pomeriggio solo parzialmente mitigato da qualche pianta; 20 volontari animati da un fantastico spirito di collaborazione, di servizio, pieni di voglia di fare, in attesa di dare il meglio di sè stessi; domande a raffica per oggi, per domani… e tutti, dico tutti, con il sorriso sulle labbra, con questa bellissima voglia di esserci a tutti i costi, di essere lì per Lui e per il Santo Padre, con la consapevolezza che si sta facendo qualcosa di importante. E quando scocca l’ora X ed il servizio attivo inizia, travolti dal ritmo, tutti a correre al proprio posto, a dare una mano all’amico, alle forze dell’ordine… a completa disposizione… dimenticandosi la fatica, la fame, il caldo. E l’attesa è abbondantemente ripagata quando il Santo Padre arriva proprio davanti a noi, a due passi: e tutto svanisce, l’adrenalina ti carica ancora di più. Personalmente ho ripensato a quei passi evangelici in cui si racconta delle persone che volevano toccare Gesù al suo passaggio: ecco, noi non l’abbiamo toccato, ma l’abbiamo sentito molto vicino ed accogliente. A tarda sera, tornando verso casa, avevo negli occhi il sorriso buono e timido del Santo Padre: un sorriso pacificante!
Qualche ora di sonno e si parte verso Bresso. Già il viaggio in treno è allietato da un paio di persone che, vedendo la maglietta che identifica il servizio, mi chiedono notizie, informazioni… commentano. Una bella passeggiata lungo il percorso verde, lascio sacco a pelo e zaino nel luogo assegnato ai team leader (fantastico!) e vado al campo volo… e qui… non mi ricordo più niente, se non che, per due giorni, ho solo pensato agli altri, non ho avuto bisogni, non sentivo fame, caldo, sonno… un’unica grande gioia.
I sorrisi dei 30 volontari nel “mio” settore 21, lo scambio di notizie, di impressioni, il darsi una mano a vicenda, anche con i team leader dei settori vicini, la tenda eucaristica, la tenda dei “bimbi dispersi”… e chilometri, chilometri, chilometri… corse, richieste, domande, condivisioni… il crespuscolo, le testimonianza, la sera, la notte. A tarda ora mi sdraio sulla brandina attendendo il sonno che non verrà mai… in compenso mi alzo nuovamente quando è buio e si ricomincia. Un’amabile colazione con un’altra team leader, si torna sul campo e si ricomincia a fare il punto della situazione in attesa dei pellegrini che, per la verità, affluiscono già con le prime luci dell’alba.
Giusto il tempo di una piccola preghiera alla tenda eucaristica, il fresco del mattino che annuncia una giornata nuova in tutti i sensi… ed il flusso dei pellegrini aumenta fino a diventare fiume in piena. E la testa si riempie di colori, di cori, di danze, di persone, di sorrisi, di entusiasmo… veramente la domenica è stata una giornata indimenticabile! Corse infinite dietro le esigenze più disparate, e mai un volontario che si tira indietro! I complimenti, qualche attrito inevitabile con chi pretende un po’ troppo, il giro in papamobile che sembra un’esplosione, la Santa Messa, l’Angelus, e di nuovo colori, mani, occhi, sorrisi…
Il deflusso, con un po’ di timore per la buona riuscita anche di questo passaggio della giornata, ed i settori che pian piano si svuotano… mentre il cuore, gli occhi e la mente si riempiono.
Pian piano termino il mio compito, mi avvio a riprendere zaino e sacco a pelo, torno verso la stazione… strade ormai deserte, la sensazione irreale di una città vuota… e penso che ormai non c’è più nessuno. Arrivo alla stazione e trovo centinaia di metri di persone in fila, ancora carichi di gioia, vocianti, allegri, qualcuno canta, qualcuno racconta; vedono la maglietta dei team leader e mi fanno passare, mi sorridono, mi dicono grazie, più di un apprezzamento per il lavoro svolto…
… ed i miei piedi che non sento più, la voglia fisica di buttarsi sotto ad una doccia, dentro ad un letto…
… e gli occhi pieni di colori, di cori, di parole, di gente, di sorrisi…

Cosa mi porto a casa di questi giorni?
1 – Il grazie sincero e commovente della famiglia che sabato accompagnava una ragazzina handicappata, senza pass, che sono riuscita a portare fin al settore disabili e che avrebbe voluto regalarmi un’immaginetta con una preghiera mariana. Sono sicura che questa mamma sta ancora pregando per me: ho visto il sole nei suoi occhi!
2 – Il grazie di un’altra famiglia che accompagno fin dai disabili e, lungo la strada, chiedo da dove vengono. “Dalla provincia di Varese”. “Anch’io”. “Un paese vicino a Busto Arsizio: Olgiate Olona”. Al che rispondo: “Ci divide la Valle, una discesa ed una salita: io sono di Marnate”. E la signora quasi non ci crede, anche lei non finisce di dirmi grazie.
3 – Il mio amico Matteo, TL del settore 24 (posso definirti così, vero? Anche se potresti essere mio figlio…!). Un ragazzo simpaticissimo, di quelli che ti mettono allegria solo con una sillaba, collaborativo, attento; a lui auguro tutto il bene del mondo perchè se lo merita e che abbia la fortuna di essere missionario con la sua professione!
4 – Tutti, tutti, tutti i volontari, i TL, l’organizzazione, i lavori che abbiamo fatto tutti insieme, senza mai screzi, uniti dall’unico fine e dall’unico impegno. Forse abbiamo scritto un pezzo della storia diocesana milanese, senza rendercene conto e senza averlo meritato.

Prendendo spunto dall’osservazione fatta da un altro volontario, direi che questi giorni sono stati “trasfiguranti”. Molte volte mi è venuta voglia di fare “tre tende” (come Pietro e Giovanni sul Tabor) e rimanere lì, in quella felicità, in quella beatitudine. Era tutto troppo bello… ma, come i discepoli, bisogna “scendere dal monte”: il nostro posto è nel mondo, l’amore che abbiamo vissuto dobbiamo portarlo agli altri. E qui si passa attraverso la missione e la testimonianza.
Mi sono arrampicata ad un sogno e l’ho realizzato. Anche se non valgo niente, anche se dono poco e male, mi basta essere certa che il Signore mi prende per mano e, come in questa occasione, mi “costringe” ad uscire da me stessa, dal mio piccolo mondo cristiano chiuso nella parrocchietta, dalla mia poca fede. Per farmi intravedere quella luce divina che è solo felicità pura! E che vorrei trasparisse dai miei occhi come un’energica passione dentro la quale si vive la vita vera.

La tenda ed il cammino

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Cadaveri o amanti?


Tutto nasce da qui!
Stamattina mi compare il consueto articolo proposto da “vino nuovo” sulla bacheca di facebook ed il titolo mi colpisce all’istante. Poi noto che l’articolo è di Gilberto Borghi che sempre parla dei suoi ragazzi allievi, che sempre prende spunto da loro… e la curiosità cresce. Detto, fatto: pianto tutto e leggo immediatamente! Lettura veloce per il poco tempo a disposizione e la mente occupata da altri pensieri. Ma intanto comincio a ricavarne una prima impressione, ed il titolo ronza in testa tutto il giorno. Finalmente vien sera e mi posso dedicare ad una lettura più calma ed attenta, posso focalizzare meglio il problema. La mente vaga…
Dunque: “predicate regole morte”! Questa è proprio una gran bella provocazione. Per ridurlo ad un principio matematico, praticamente noi cristiani siamo dei cadaveri, o giù di lì. Forse è la stessa cosa che direbbero alcuni ragazzi di mia conoscenza, anche se hanno anche loro idee molto chiare, anche se fanno parte del giro e non sono allergici al fumo delle candele. Forse questi stessi ragazzi (che non leggeranno questo post) hanno un’idea molto filantropica dell’extracomunitario che sta sulla porta della chiesa, più o meno come gli alunni del prof. Gilberto.
Ma il nocciolo della questione non sta nel mio comportamento?
Non sono io, ormai “nel mezzo del cammin”, a predicare regole morte?
Quando frequentano la comunità parrocchiale che tipo di testimonianza vedono questi ragazzi? Che tipo di messaggio trasmetto quando sono lì più o meno con loro?
Quando sorrido riesco a trasmettere la gioia della fede? Quanto quel che dico è lontano da quel che faccio? Quanto spazio dò loro per fare in modo di vivere un’esperienza di fede?
Già, ma cos’è la fede?
Esiste un termometro per misurarla? E’ virale, contagiosa? Come si trasmette?
Più volte mi sono ritrovata a crucciarmi del fatto che gli adolescenti ed i giovani hanno poco spazio, non riescono a stare insieme avendo per perno un pur piccolo cammino comune di fede; più volte mi sono chiesta quanto e come servono i vari momenti di preghiera pensati per loro, quanto sono sballottati tra un incontro ed un altro, senza capire bene qual è il filo che li lega.
Continuo a vedere troppi adulti ancorati all’ “abbiamo sempre fatto così”, che propongono gli appuntamenti di preghiera come fossero un obbligo, un cartellino da timbrare per potersi dire “bravi ragazzi” o perchè siccome sei qui in oratorio e ti diverti, allora devi anche partecipare quando ci sono iniziative per te.
E’ vero che l’età stessa necessita di richiami e di guide, ma è anche vero che non deve passare il messaggio che la fede è un insieme di obblighi.
Giusto per riprendere lo spunto proposto da Gilberto, quando si ama non ci sono obblighi, ma solo piaceri! Piaceri a 360 gradi! L’amore ti rivolta come un calzino e ti porta a fare cose che nemmeno pensavi fino ad un secondo prima. L’amore muove tutto, ti cambia la vita. Niente è obbligo, ma tutto spinge lì. Una persona diventa improvvisamente il centro di tutto. Ed il bello è che quando racconti di questo amore, perfino “la pelle del viso è raggiante”, si vede lontanto 11 chilometri che c’è qualcosa che ti sta cambiando.
E non c’è orologio, appuntamento, cosa da fare… ma c’è un pensare insieme la giornata e la vita!
Ma se questo è amore, vi immaginate l’Amore?
Riuscite ad immaginarlo? Riuscite a vedervi così immersi in un’avventura dove ogni persona che incontrate è una persona da amare non per obbligo ma per scelta, non perchè me lo dice Gesù o la mia catechista, ma perchè E’ Gesù!
Ecco: tra il mio essere cadavere ed il mio desiderio di essere amante c’è una Persona che io non mi stanco mai di amare. Per questa Persona mi rimbocco spesso le maniche ed, ancor più spesso, mi interrogo. Non mi stanco di cercarlo, non mi stanco di averlo al fianco, non mi stanco di chiedergli una fede CON le opere e l’umiltà di non mettermi in mostra, ma di raccontare la Sua bellezza. Solo così chi mi incontra vede un’amante, non un cadavere!

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Scaltrezza spirituale

Di fronte alle difficoltà ed alle provocazioni della vita siamo portati a cercare una via d’uscita per tentare di cavarcela.
Se le guardiamo con gli occhi della fede, siamo portati ad imitare lo stile di Dio e la sua fantasia nel cercare (e trovare) le risorse di fronte alla situazione sfavorevole. Non solo: spesso cerchiamo anche di capire come quella situazione, magari complessa ed intricata, ci faccia trovare la strada per cambiare e passare da un problema ad una circostanza favorevole per la nostra vita.
Questo atteggiamento, dono dello Spirito, è la “scaltrezza spirituale”.
Le caratteristiche di questo dono sono l’acutezza nel procedere: non bisogna accelerare, non bisogna perere tempo. Bisogna sfruttare il tempo con la giusta ritmica, perchè è un tempo di grazia.
Rendo grazie allo Spirito Santo!

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Berlicche

IL CIELO VISTO DAL BASSO

Io Amo Castiglione Olona

la distanza tra Gerusalemme ed Emmaus

La Bottega del Vasaio

a cura di don Cristiano Mauri

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