Archivio mensile:gennaio 2015

E se provassimo a…

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In qualche modo la quarta malattia indicata Papa Francesco si va a sovrapporre alla terza.
A me fa venire i brividi perché mi richiama con insistenza una frase che sento con consuetudine nell’ambiente ecclesiale, anche nella mia piccola parrocchia: “abbiamo sempre fatto così”.
Cioè abbiamo pianificato una cosa 30/40/50 anni fa e la portiamo avanti così perché è perfetta ed ormai la gente è abituata!
Non si tratta di scardinare meccanismi rodati, di stravolgere l’ortodossia della Chiesa e nemmeno di accantonare le persone per il gusto di cambiare: no! Si tratta, molto più semplicemente, di accettare le critiche costruttive e di “pianificare ascoltando”, dove ascoltando non è il semplice confronto verbale che passa attraverso le orecchie, ma è soprattutto un “ascolto del cuore”. Ho esperienza di tante di quelle riunioni con cuori sordi…!!!
Secondo me la buona pianificazione si ottiene prima a tavolino, prosegue sul campo e si conclude nuovamente al tavolo delle verifiche. Questa, a mio parere, è la pianificazione che tiene conto ed è fedele allo Spirito Santo perché non si esaurisce portando avanti le proprie idee con il paraocchi, ma lascia spazio anche a pareri diversi, fa emergere anche eventuali negatività senza avere paura di affrontarle.
Soffro sempre quando mi sento dire: “tu vedi sempre le cose negative; dai… continuiamo…”.
Non si tratta di vedere negativo: si tratta di ascoltare la voce dello Spirito e di guardare con occhi appassionati. Gli unici che vanno oltre i difetti perché sanno vedere l’essenza dell’amore di Dio.

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Rocce vive

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Leggendo la terza malattia richiamata da Papa Francesco mi passano nella mente e negli occhi un paio di nomi, persone che ho conosciuto e conosco, talmente impietrite da essere sfingi enigmatiche.
Impassibili, indecifrabili: davvero, come afferma il Santo Padre, gente che ha perso il gusto della gioia, della serenità; che trova mille scuse per non scomodarsi mai, che si accontenta di vivacchiare lasciando che la vita scorra sopra la propria testa, come l’acqua di un ruscello scorre sui ciottoli senza mai cambiarli. Immutabili nel tempo e nello spazio, incapaci di creare rapporti improntati ad una crescita e ad una critica costruttiva, incapaci di prendersi rischi e responsabilità.
State lontano più che potete da questi soggetti!
Sono un danno mentale e spirituale e non conoscono il significato della vera libertà.
Per fortuna anche Papa Francesco conosce e ci mette in guardia!
Dio non ci vuole indifferenti, ma rocce salde che sorridono alla vista degli uomini perchè camminano al loro fianco.

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Riprendiamoci il sacro

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Mi concedo una disgressione dagli ultimi post; riprenderò sicuramente l’elenco delle malattie citate da Papa Francesco quanto prima.
Ma ritengo doveroso dedicare qualche minuto agli ultimi fatti di cronaca internazionale.
Intanto comincio a dire ad alta voce che prima della scorsa settimana non conoscevo assolutamente l’esistenza di un giornale satirico francese e quindi ancor meno ero al corrente di ciò che pubblicava. E credo di non essere l’unica.
Poi è cominciata la contabilità del terrore che tutti conosciamo. E sull’onda della cronaca tesa del momento, alimentata da mass media di ogni genere, anch’io mi sono sentita un po’ Charlie… se non altro perché l’impatto emotivo mi portava ad immedesimarmi in quelle povere persone morte in redazione, nei loro familiari, amici, nella loro vita quotidiana stroncata così repentinamente e con una violenza brutale ed animalesca.
Passato lo shock mi sono ritrovata a guardare alcune delle vignette pubblicate dalla testata nel tempo e, francamente, ho cominciato ad avere più di qualche distinguo.
Sia chiaro: disapprovo assolutamente qualsiasi forma e tipo di violenza – che tra l”altro chiama altra violenza in una spirale senza fine -; ma è anche vero che l’irriverenza di certi disegni e battute può provocare più di una reazione esagerata in qualche mente non proprio con tutte le rotelle a posto.
Il fanatismo è sempre da condannare, ma c’è una grande differenza tra satira ed ironia! Non dico che se la sono cercata, ma certamente non hanno girato alla larga…
Detto questo il fanatismo terroristico, finalizzato ad un “pseudo-martirio”, e’ da condannare in qualsiasi sua forma. Ma secondo voi non è peggiore – ammesso che si possa creare una graduatoria dl terrore – ammazzare brutalmente 2000 persone o imbottire dei bambini per farli esplodere in un mercato come è successo in Nigeria?
Provate a pensare a quella bambina di 10 anni… a quell’eta’ i nostri bambini hanno voglia di giocare, vivono l’entusiasmo della novità come se fosse un gioco. Ed invece l’esistenza di questa povera creatura ha incrociato quella di “animali” adulti che l’hanno disprezzata fino al punto di strumentalizzarla, di trattarla come un gingillo, un capriccio, un’arma nelle loro mani.
Provate a guardare qualcuna delle immagini che stanno circolando sui mass media e sui social network circa i massacri recenti: file di corpi di qualsiasi età, bambini e donne su tutti, sacrificati in nome di una inumana prevalenza dei maschi. Ma si possono chiamare uomini entità come queste?
E, per ultimo, provate a pensare cosa unisce questi avvenimenti.
Secondo me è sempòlicemente l’aver perso il senso del sacro, il non riconoscere il grande mistero che è ogni essere umano, l’offesa dissacrante della dignità umana, il disprezzo del diverso. Invece di indirizzare gli sforzi a capirsi, si passa direttamente ad eliminare il problema, o a stigmatizzarlo in battute idiote e intolleranti.
Dobbiamo prendere coscienza che ogni giorno condividiamo la storia con persone diverse. Ognuno di noi si porta appresso una soglia di sacro che merita rispetto e cura: è vero o no che di fronte al mistero che siamo anche noi abbiamo una soglia di sconosciuto infinito? C’è una zona di noi stessi che è sacra, alla quale anche noi fatichiamo ad accedere.
Può essere riempita soltanto di Amore. Non può – non deve – essere l’intolleranza a vincere.
Riprendiamoci il sacro che siamo!

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C’è un tempo per “fare i martali”

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Dalle mie parti – lombarde – “fare i martali” vuol dire agire un po’ da sciocchi, divertirsi e comportarsi spensieratamente, a volte anche combinando qualche scherzetto.
Non è proprio la stessa cosa del martalismo richiamato da papa Francesco al punto due dove viene messo l’accento sull’eccessiva operosità che porta a trascurare “la parte migliore”.
In qualche modo questa eccessiva operosità è legata al punto uno – il sentirsi indispensabili? Esiste il pericolo di fare, fare, fare senza mai fermarsi come forma di autogratificazione personale?
Qui entra in gioco l’eterno conflitto tra chi dà più importanza alle opere rispetto a chi dà più importanza, invece, alla preghiera ed all’ascolto della Parola. Questo conflitto c’è, eccome, e lo tocco con mano ogni giorno.
Devo dire che la linea di confine tra l’autogratificazione ed il servizio è molto sottile: molto spesso ho fatto cose – oppure ho partecipato a momenti di preghiera – per spirito di servizio e magari la mia presenza può essere stata intesa come autogratificazione solo perchè mi sono esposta in prima persona. E’ difficile, sì… non cadere nel martalismo…
Devo però dire che chi mi conosce sa che ADORO il Qoèlet, questo eterno contraddittorio tra il bene ed il male che non è altro che il contradditorio dell’uomo di ogni tempo e luogo.
Amo il capitolo 3, quello che ci dice che c’è un tempo per ogni cosa.

Nella vita dell’uomo, per ogni cosa c’è il suo momento,
per tutto c’è un’occasione opportuna.
Tempo di nascere, tempo di morire,
tempo di piantare, tempo di sradicare,
tempo di uccidere, tempo di curare,
tempo di demolire, tempo di costruire,
tempo di piangere, tempo di ridere,
tempo di lutto, tempo di baldoria,
tempo di gettar via le pietre,
tempo di raccogliere le pietre,
tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
tempo di cercare, tempo di perdere,
tempo di conservare, tempo di buttar via,
tempo di strappare, tempo di cucire,
tempo di tacere, tempo di parlare,
tempo di amare, tempo di odiare,
tempo di guerra, tempo di pace.

C’è un tempo per “fare i martali” ed un tempo “per fare i seri”, per prendere le cose in maniera buona, positiva, costruttiva, edificante.
Questo è il tempo per sè stessi, per crescere. Lo trovo spesso, per fortuna. E quando non lo trovo me lo creo: mi fermo e basta.
Questo non vuol assolutamente dire che io stia facendo tutto bene, anzi… però ho la passione per tentare ed a volte il Qoèlet è davvero illuminante.
Facciamo che oggi ho fatto un po’ la “martala” ma stasera farò anche sul serio!

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Siamo servi inutili

numero-1-uno-stampatelloDopo aver riflettuto e scritto sulla parte introduttiva, eccomi ora al punto 1 del discorso di papa Francesco.
La malattia del sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile” trascurando i necessari e abituali controlli.
Direi che ne ho sofferto, sì. In fondo l’ambiente della comunità parrocchiale ti spinge anche un po’ ad ammalarti di “indispensabilità”. Spesso i sacerdoti, sapendo di poter contare su una persona, la cercano subito quando ne hanno bisogno; dico questo senza la pretesa di discolparmi di comportamenti che poi ho scoperto essere errati. Il tagliando in ginocchio è la cura migliore!
Grazie a Dio all’inizio del nuovo millennio mi sono resa conto di alcuni errori ed oggi guardo gli incarichi con molto meno narcisismo. Ci sono talenti che mi sono stati affidati, certo, ma non per accumulare, non per sentirmi importante.
Soprattutto oggi riesco più facilmente a capire quando è ora di girare i tacchi perchè sto esagerando. Penso ci sia un’inutilità positiva nelle situazioni: mi porta a vederle con meno coinvolgimento emotivo. E questo fa bene al mio “super-io” che è sempre lì, sulle ali del tentatore.
Ho sbagliato, sbaglio, sbaglierò. Ma lo sforzo di non fare passare me stessa nei cuori delle persone, ma metterci dentro la grazia di Dio che lavora voglio continuare a farlo.
Spero di non essere la sola.

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Berlicche

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a cura di don Cristiano Mauri

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