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C’è un tempo per incidentarsi

Fashion-News-Magazine-Suor-Cristina-a-The-VoiceEbbene sì, ho resistito qualche giorno a scrivere qualcosa su suor Cristina, ma adesso le mani mi prudono troppo ed allora cerco di trasformare in scritto i pensieri che in questi giorni hanno girovagato senza frutto per la testa.
Sicuramente non c’è bisogno del mio personale contributo sull’argomento, dato che si trovano già molti articoli e da commentatori di gran lunga più qualificati ed autorevoli di me. Ma lo scritto è un mio bisogno di fermare nero su bianco quel poco che la materia grigia è riuscita ad elaborare.
Quindi, innanzitutto, parto dall’elencare gli articoli – in rigoroso ordine di mia lettura – che condivido con voi, se volete a vostra volta dare un’occhiata:
suor Cristina, The Voice e i cristiani da pasticceria
Ho un dono e ve lo dono
suor Cristina, ce n’era bisogno?
suor Cristina fenomeno del web

La prima considerazione è l’asetticità dell’articolo di Avvenire: poche righe di stampo descrittivo e informativo, nessun commento alla notizia tranne il paio di citazioni di tweet con firme importanti. Che rapportato all’enormità del fenomeno in termini di diffusione è davvero imbarazzante! Mi fa pensare a quanto è lontano e stantìo il linguaggio “ecclesialchiuso” dalla Chiesa incidentata che vorrebbe il nostro amato papa Francesco. E per incidentato intendo che se anche Avvenire si fosse spinto a qualche riga di commento non avrebbe certo perso il suo aplomb cristiano.

La seconda considerazione si basa sugli altri articoli, più o meno in linea tra loro, sia pur con decisi commenti in una direzione o nell’altra.
Questo mi ha strappato più di un sorriso nel terzultimo paragrafo:

    Ci sono due tipi di evangelizzazione: quella ad intra e quella ad extra. L’evangelizzazione per chi è già credente, come la catechesi, e l’evangelizzazione per coloro che sono lontani: ma pensate che potremmo raggiungere i lontani cantando “Mira il tuo popolo” oppure organizzando quegli incontri di preghiera dove si legge tutto dall’inizio alla fine sui foglietti? Lo stesso rapper J-Ax, che è rimasto particolarmente commosso dell’esibizione di Suor Cristina ha detto: “Se avessi conosciuto prima una suora come te, non mi sarei allontanato dalla Chiesa.” Forse allora, invece di giudicare Suor Cristina, noi bravi cattolici dovremmo domandarci: “E noi, cosa stiamo facendo affinché la gente non si allontani dalla Chiesa?”

Quest’altro mi trova concorde su questa domanda, di cui ho avuto modo di discutere con altri in questi giorni:

    In molti si chiedono poi se suor Cristina saprà evitare le strumentalizzazioni o alla lunga la sua freschezza e la sua energia, come la sua intenzione di evangelizzare attraverso l’arte, non resteranno stritolate dalla banalità televisiva.

Di quest’ultimo mi colpisce questa considerazione:

    Eppure questo non basta per farmi dire sì, questa presenza, questo stile mi convince. Dall’altra parte non riesco a togliermi di dosso il disagio di una presenza fuori posto, di un centro non centrato. E non perché si tratta di televisione, non perché si tratta di un programma “non confessionale”: i cristiani come sale e lievito stanno bene ovunque e devono essere ovunque. Ciascuno però ha il proprio dono, per citare suor Cristina. E fin qui sono d’accordo con lei, ma questo dono messo in circolo in questa maniera, lascia trasparire davvero il Donatore di ogni dono? Non ho ancora una risposta.

E tutto questo mi ha richiamato alla mente la parte IV del capitolo primo dell’Evangelii Gaudium dal significativo titolo “La missione si incarna nei limiti umani” (dite poco?).
Qui si parla di missione, di rapidità e di enormità dei cambiamenti in atto e quindi della capacità di concentrare la nostra attenzione di cristiani sull’essenzialità del messaggio. Qui si dice che perfino i messaggi “ortodossi” possono deviare dalla perfetta conoscenza del Vangelo. E si dice anche che ognuno, nonostante i propri limiti umani, deve far trasparire il messaggio evangelico nelle varie situazioni in cui si viene a trovare.
A partire da questo io credo assolutamente alla bontà delle intenzioni di suor Cristina. Sicuramente la sua presenza è un’occasione per mettere a frutto il talento affidatogli dal soffio creatore di Dio ed, ancor più, di far passare il messaggio cristiano nell’ambiente irto di difficoltà che è lo spettacolo in genere.
Il rischio che si bruci ci può anche essere, ma lo considero identico al rischio che corre la suora che sta in oratorio od alla scuola materna: anche da lì passa la tentazione, quando quello laggiù non sa più come farsi vivo.
Quello che mi colpisce di più è la sorpresa di vedere una donna, suora, che rischia di essere vista come una marziana o come un idolo, a seconda dei casi. Come sempre più spesso mi accade mi ritrovo a sottolineare il fatto che quando non sei dentro un certo schema, sei automaticamente una “mina vagante”: del resto, nel Vangelo, Gesù stesso dice che è venuto non per portare pace, ma una spada!

E pensare che c’è una domanda, su tutte, alla quale suor Cristina forse ha già dato una risposta:
Che relazione ha il Qoelet con la gioia del Vangelo? Certamente è un problema serio in quanto penso che ciascuno di noi, mano a mano cresce nella vita, sempre più si avvicina alle costatazioni del Qoelet. Le cose non cambiano molto, e a che pro prendersela tanto? Allora che significato ha la gioia del Vangelo, la novità, l’impegno, il rischio? E’ una domanda che dobbiamo farci. (C. M. Martini, Le ragioni del credere – Abramo nostro padre nella fede).

La gioia cristiana è proprio questo: considerare il tesoro che abbiamo nel cuore come la promessa più grande che abbiamo nella vita. E viverla, a qualunque costo, prendendosi i rischi e mettendoci l’impegno! Perchè gli altri vedano Dio attraverso di noi. Anche se ci costa un incidente.

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E.G. – Eh Già, la rivoluzione

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Come vorrei aver scritto io questo articolo!!!! Lo trovo semplicemente grandioso!
Chiaramente io non sono capace di scrivere così bene e chiaro, ma davvero trovo che ogni parola potrebbe essere rivolta a me.
E così mi ha fatto nascere la voglia di mettere nero su bianco alcuni pensieri personali…

Ho letto l’esortazione per intero già qualche settimana fa e ci sto ancora riflettendo a livello personale, oltre a nutrire la speranza che venga proposta qualche occasione di approfondimento e di condivisione di gruppo. Sì, perchè la cosa che mi ha più colpito nell’intero testo è proprio questo linguaggio “rivoluzionario” rispetto alle consuetudini cristallizzate. Non è un testo breve, ma ti fa respirare e mi sono accorta che dentro ci sono tutti i suoi mesi di pontificato: il chinarsi a lavare i piedi la sera del Giovedì Santo, la prima uscita ufficiale a Lampedusa, la vicinanza alle lotte per il lavoro a Cagliari, l’elemosina ai poveri sotto il colonnato di S. Pietro. Insomma, una Chiesa libera (= uno stile di parrocchia al capolinea)!
Riporto qualche punto che mi ha colpito. Ad esempio, al 49, dice «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti». Spesso lui accenna a questa realtà centralizzata che finisce per chiudersi, per togliere smalto e attrazione alla missione (= i sacramenti sono un obbligo).
Ci sono poi diversi richiami al modulare l’annuncio nel rispetto delle persone e delle culture che abbiamo davanti. L’invito è a pensare che l’annuncio del Vangelo non può essere un format già pronto, non è una catechesi standardizzata, ma deve essere continuamente rivisto, regolato, variato perchè possa essere trasmesso in un linguaggio comprensibile, non solo dal punto di vista linguistico, ma soprattutto dal punto di vista culturale ed umano. Per questo esorta in prima battuta i Vescovi, poi a scendere sacerdoti, religiosi, suore, laici, ciascuno ad analizzare la propria realtà per capire in qualche direzione far fiorire l’annuncio cristiano. Il richiamo ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi”» (51) (= un cristianesimo in cammino).
Inoltre ci sono diverse affermazioni che mi hanno fatto capire quanto sia importante il tono esortativo di questo scritto papale: «Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!» (80); «Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!» (83); (101); «Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (109). Sembra quasi che il Papa abbia urgenza di trasmetterci il suo «sogno» della «trasformazione missionaria della Chiesa», che avverta il bisogno, l’urgenza. Soprattutto che ci invita a vincere la paura di farci sentire e di vivere da cristiani (= la necessità di una spinta profetica)!

Perchè tutto non resti solo una nuvola di parole (o di tag) c’è da fare la rivoluzione, rimboccarsi le maniche e confrontarsi, molto nel concreto. Altrimenti avremo perso molto più di un treno! Condividete?

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